Milano - Santa Maria delle Grazie e Cenacolo Vinciano

Data di inserimento nel patrimonio mondiale: 1980
Criteri: (i)(ii)

Un po' di storia

Nel 1463 il capitano delle truppe Francesco Sforza donò ai Domenicani un terreno sul quale sorgeva una cappella con affrescata l’immagine della Madonna detta delle grazie. I frati incaricarono Guiniforte Solari di costruire una chiesa ed un convento. I lavori ebbero inizio nel 1463.

Il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, che decretò di ampliare la chiesa, fece abbattere sia l’abside che il presbiterio e per eseguire i lavori chiamò Donato Bramante. Questo architetto di Urbino ampliò la struttura della chiesa aggiungendo grandi absidi semicircolari e una grandiosa cupola a tamburo circondata da colonnati, uno splendido chiostro e il Refettorio.

L'ultima cena
Il tema, forse suggerito a Leonardo dai domenicani stessi, è quello del momento più drammatico del vangelo di Giovanni (Gv. 13,21 e seguenti), quello in cui Cristo proferisce la frase: "Uno di voi mi tradirà" e da queste parole gli apostoli si animano drammaticamente, i loro gesti sono di stupore e di meraviglia; c'è chi si alza perché non ha percepito le parole, che si avvicina, chi inorridisce, che si ritrae, come Giuda Iscariota, sentendosi subito chiamato in causa.

Pietro (quarto da sinistra) con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell'ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni chiedendogli "Dì, chi è colui a cui si riferisce?" (Gv. 13,24). Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi ("tenendo Giuda la cassa" si legge nel quarto vangelo), indietreggia con aria colpevole e nell'agitazione rovescia la saliera. All'estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza. Al centro è raffigurato Cristo con le braccia aperte che, in un gesto di quieta rassegnazione, costituisce l'asse centrale della composizione.

Le figure degli apostoli sono rappresentate in un ambiente che, dal punto di vista prospettico, è estremamente preciso. Attraverso semplici espedienti prospettici (la quadratura del pavimento, il soffitto a cassettoni, le tappezzerie alle pareti, le tre finestre del fondo e la posizione della tavola) si ottiene l'effetto di sfondamento della parete su cui si trova il dipinto, tale da mostrarlo come un ambiente nell'ambiente del refettorio stesso.

La probabilità che certi particolari della composizione possano essere stati suggeriti dai Domenicani (forse dallo stesso priore Vincenzo Bandello) è data dal fatto che questo ordine religioso dava grande importanza all'idea del "libero arbitrio". L'uomo non sarebbe predestinato al bene o al male ma può scegliere tra le due possibilità. Giuda infatti nel dipinto di Leonardo è raffigurato in modo differente dalla grande maggioranza delle ultime cene dell'epoca, dove lo si vede da solo, al di qua del tavolo. Nell'ultima cena di Leonardo vediamo invece Giuda assieme agli altri discepoli, e così aveva fatto pure il Domenicano fra Giovanni Angelico (detto Beato Angelico), nell'ultima cena del Convento di San Marco a Firenze.[1] Altre evidente differenza tra l'opera di Leonardo e quasi tutte le "ultime cene" precedenti è il fatto che Giovanni non è adagiato nel grembo o sul petto di Gesù ma è separato da lui, nell'atto di ascoltare la domanda di Pietro, lasciando così Gesù solo al centro della scena.

Che la scena raffigurata da Leonardo derivi dal vangelo di Giovanni è intuibile, oltre che dal "dialogo" tra Pietro e Giovanni, dalla mancanza del calice sulla tavola. Diversamente dagli altri tre vangeli, nel quarto in effetti non compare la scena che viene ricordata durante la messa al momento della consacrazione: "Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati" (Matteo 26,27). Giovanni, dopo l'annuncio del tradimento, scrive invece così: "Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri." (Giovanni 13,34).






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